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Ben-benino

  • Immagine del redattore: Katia Cazzolaro
    Katia Cazzolaro
  • 26 nov 2021
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 27 nov 2021


Anche questo 25 novembre è passato e a tarda sera mi son detta : beh, hai niente da dire a questo giro?

Niente di quel che avrei pensato di dire sull'attualità, in effetti, piuttosto qualcosa che avevo lì nel magma e che doveva essere setacciato ben benino, prima o poi.

Ci vuole una certa memoria per parlare di violenza. La violenza è un dispositivo dentro il quale noi donne cresciamo a bagnomaria nel corso degli anni: si comincia da piccole - dal momento del parto o anche prima - si continua nell'infanzia, tra ruoli assegnati di brave bambine, tra cura e dolcezza, devi capire tuo fratello, devi avere pazienza.

Poi cresci, diventi adolescente e devi avere un corpo sessualmente appetibile e preferibilmente curvy, e poi sei madre, e devi essere efficiente e sacrificabile (al desiderio altrui), e poi sei over 50, e sei la crisi ormonale, le ovaie rinsecchite e il resto non conta (più), e poi sei nonna, entità eterea ma, se in salute, di nuovo disponibile e di nuovo materna, e infine sei defunta, finalmente libera ma forse no, dato che lo status di brava persona ti viene assegnato solo se in vita non hai rotto i coglioni al patriarcato.


Siamo abituate così, ci han detto che è "naturale".

Va da sè che, a proposito di 25 novembre, far coincidere la violenza maschile che - in tutte le sue forme, anche le più introiettate, le più inconsapevoli - significa controllo sui corpi delle donne, farla coincidere, dicevo, solo coi femminicidi, è un escamotage del patriarcato buono soltanto a sancire l'assoluzione maschile: io non ammazzo le donne, non mi riguarda, mi tiro fuori, sono solidale con te, fine della storia.


E però non passa: nei nostri corpi abbiamo molta più memoria cellulare della violenza di quello che vorreste farci credere, anche se non siamo mai state prese a botte fisicamente.


Io non ho conosciuto uomini che mi abbiano picchiata o che si siano dichiarati esplicitamente misogini o violenti.

Ho conosciuto uomini che mi hanno fatta fuori professionalmente relegandomi in posti di second'ordine nel momento stesso in cui mi riconoscevano competente, ho conosciuto uomini che mi hanno biasimata perché non ho fatto un figlio e il bambino che ho preso in affido beh, sì, che bel gesto ma, al netto della tua bontà, resti pur sempre un pò stranina. Come se non fossi stata libera di scegliere una genitorialità non biologica: infondo sono pur sempre una donna mancante e la mia tara si chiama mancanza riproduttiva.

Ne ho conosciuti che mi hanno chiesto di stirare camicie e preparare pranzi a garanzia dell'amore fedele, altri che hanno preteso che tenessi insieme una una relazione finita, come se dovessi farmi carico della paura dell'abbandono, come se, in quanto donna, dovessi curarla, lenirla, capirla, senza poter essere libera di non amare, non più. E quando ho smesso di amare sono stata punita: l'amore è possesso, non funziona così?


Ho conosciuto uomini che nel lavoro sei brava ma io sono il tuo capo, tu hai ragione ma devi abbassare la testa, qualcuno si deve sacrificare se vogliamo portare a casa la pagnotta, e quella che deve sacrificarsi sei tu.


Ho visto colleghi solitamente posati inalberarsi tra piccati "come osi pensare questo di me, gli uomini violenti sono altri", vomitarmi addosso una aggressività inusitata in difesa di un maschile presunto neutro ("dobbiamo parlare di persone non di generi!") e presunto innocente, mostrare una resistenza muscolare verso l'opportunità trasformativa (anche per loro), della libertà femminile: quella di dire che, sì, che una qualche forma di violenza riguardava anche loro, ed era evidente, dato che mi stavano aggredendo e non ascoltando.

Ne ho conosciuti che scambiavano l'offesa con la battuta sessista, "dai era una battuta, mica niente di male, quante storie che fai", quelli che la mano sul culo come saluto, quelli che "quanto rompi, per forza non ti sei sposata", quelli che "l'uomo è cacciatore, anche l'antropologia la psicoanalisi e la storia lo dicono".

E, a parte la mano sul culo ma a volte anche quella, erano uomini che avevano studiato, e anche parecchio.


Ne ho conosciuti che volevano fare del sesso ogni tanto (dal vivo oppure online), ma non lo dicevano per non fare brutta figura - con la loro rappresentazione di uomo, più che con la mia. Che poi basterebbe mettersi d'accordo e praticare il consenso: ehi, domandami se sono d'accordo, perchè se va bene anche a me ok, ma se a me non va ma tu fai breadcrumbing (briciole di attenzione) e orbiting (mi giri intorno dal vivo o sui social) fingendo un interesse che non hai, mi stai prendendo in giro.


Ne ho incontrati che mi hanno urlato addosso una rabbia infuocata perché volevano annientarmi, tenere saldo il dominio.

Altri che, in ruoli di potere, mi han fatto mobbing quando ho denunciato abusi su bambini, usando le donne come portavoci, donne che - ebbene sì- hanno accettato.



No, non ho avuto incontri particolarmente sfortunati. Questa è la media degli uomini che incontra una donna quando non vuole limitarsi ad essere sessualmente disponibile e maternamente accondiscendente.

Quando non vuole accontentarsi del potere (tanto seducente), di sentirsi indispensabile per un uomo.

Una donna che, ogni tanto, sta volentieri in prima linea.

Questa è la media, sì. A partire da come ci hanno educate i nostri padri, e noi donne dovremmo smetterla di credere che sia normale.


Infondo poco importa se oggi, beneficiando di una certa autorevolezza dovuta all'età a alla mia maggior capacità di mettere confini, di belinate ne sento assai meno.

Il punto è che, mentre la misoginia abita ogni uomo, gli uomini la vedono in altri uomini e mai in sè stessi.

Si chiama proiezione: vedere negli altri quello che non si riesce a vedere dentro di sè .


Quindi sì, la violenza è strutturale, ha una storia, un presente, avrà un futuro.


Dobbiamo decidere da che parte stare, oggi che anche questo 25 novembre è passato e ogni tre giorni viene ammazzata una donna.


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